Ona Vision: poesia di Carlo Porta

Qualche tempo fa, girando per negozi, mi capitò sotto mano un libro di poesie di Carlo Porta, poeta milanese vissuto a cavallo tra il XVIII e XIX secolo. Nello sfogliare, una poesia in particole attirò la mia attenzione. Era una delle poche poesie di Porta che ancora non conoscevo e, quindi, mi misi subito a leggerla. Con mia sorpresa scoprii che riguardava la Massoneria e quindi decisi di scriverci un articolo. Prima di tutto, però, presentiamo l’autore.

N.B. Per chi volesse solo leggere la poesia, testo e traduzione sono linkati in fondo all’articolo.

Carlo Porta

Carlo Porta (15 giugno 1775 – 5 gennaio 1821) è ritenuto il più grande poeta che abbia scritto in milanese. Le sue opere, ammirate e lodate da molti, tra cui lo scrittore francese Stendhal, sono per lo più componimenti ironici, spesso narranti storie, dal contenuto sociale e politico. La sua educazione, avvenuta

Il poeta Carlo Porta.

nella scuola dei Barnabiti a Monza prima e in seminario poi, lasciò nel suo spirito un profondo anticlericalismo che il poeta non esitò mai a esprimere. I preti sono, infatti, le vittime preferite della sua satira, accompagnati, solitamente, dagli aristocratici.

Illuminista, colto, Massone, anticlericale, libertario, il Porta attacca con la sua penna i vizi delle classi dominanti, denunciandone il bigottismo, l’ipocrisia e il perbenismo.

Esempio eccellente della sua critica anti-aristocratica è “La preghiera” di cui riporto i primi versi:

 

Donna Fabia Fabron De Fabrian

l’eva settada al foeuch, sabet passaa,

col pader Sigismond, ex franzescan,

che intrattant el ghe usava la bontaa

– intrattanta, s’intend, ch’el ris coseva –

de scoltà sto discors che la faseva:

 

Donna Fabia Fabrone di Fabriano

era seduta al fuoco, sabato scorso,

con padre Sigismondo, ex francescano,

che intanto le usava la bontà

– intanto, si intende, che il riso cuoceva-

di ascoltare questo discorso che lei faceva

Ecco comparire qui la figura del religioso interessato più a scroccare da mangiare alla ricca signora che non alla sua “salute spirituale”. Il Porta sottolinea il carattere del prete con quel “ex francescan” che ci fa capire come egli abbia preferito la comodità e il buon cibo delle tavole nobiliari alla povertà dei francescani. E intanto che il riso cuoce, padre Sigismondo ascolta il discorso di Donna Fabia.

La nobildonna racconta di essere andata un giorno in chiesa e di essere caduta scendendo dalla carrozza. Un gruppo di poveri, davanti allo spettacolo della caduta, non aveva esitato a prenderla in giro con risa e sberleffi. La donna, con fare superiore, si alza ed entra in chiesa dove recita al Signore la sua preghiera che inizia così:

Mio caro e buon Gesù, che per decreto

dell’infallibil vostra volontà

m’avete fatta nascere nel ceto

distinto della prima nobiltà,

mentre poteva, a un minim cenno vostro,

nascer plebea, un verme vile, un mostro;

Vediamo dunque tutto il disprezzo che la nobildonna ha per il popolo, disprezzo che il Porta sottolinea in diverse opere. In “La nomina del capelan” (la nomina del cappellano), opera che narra la selezione di un nuovo prete di corte da parte di una ricca marchesa, il poeta torna a descrivere l’opportunismo dei preti e l’arroganza e supponenza dei nobili. Basti qui un piccolo estratto:

 

Che, in fin di fatt, se in cà de donna Paola

no gh’era per i pret on gran rispett,

almanca gh’era on fioretton de taola,

de fa sarà su on oeucc su sto difett,

minga domà a on galupp d’on cappellan,

ma a paricc di teolegh de Milan.

Che, in fin dei conti, se in casa di donna Paola

non c’era per i preti un gran rispetto,

almeno c’era un fior di tavola,

da far chiudere un occhio su questo difetto

non solo a un miserabile cappellano,

ma a parecchi dei teologi di Milano.

Non solo preti e aristocratici, però, popolano le poesie del Porta. Anche il popolo trova spazio nella sua poetica. Diversi sono i personaggi popolari a cui il Porta dà voce, spesso in lunghi monologhi. Dal povero vessato dai potenti (Desgrazi de Giovannin Bongee), alla prostituta che racconta la sua storia (La Ninetta del Verzee): persone misere, indifese davanti al potere, che il Porta stima più dei potenti stessi. Questi personaggi, per quanto divertenti, sono sempre descritti con occhio bonario e comprensivo, diversamente da nobili e religiosi.

Oltre che negli ideali, il Porta è moderno anche nello stile. Le sue opere, spesso in sestine a verso libero, sposano appieno lo stile del romanticismo, nascente corrente letteraria che informerà di sé molta letteratura del XIX secolo. E da buon poeta romantico non può esimersi dal partecipare alla contesa tra romantici e neoclassici. Nella poesia “El romanticismo” egli si rivolge a Madame Bibin per spiegarle l’essenza del romanticismo stesso e smentire tutte le brutte cose che certa gente andava dicendo di chi aderisce a questa corrente (si diceva, da parte neoclassica, che i romantici fossero libertini edonisti, dediti solo ai piaceri). Al Porta risponde Carlo Gherardini, poeta neoclassico, con un componimento dal titolo “La risposta di Madam Bibin”. E proprio il Gherardini è il nemico giurato del Porta. I due continueranno a stuzzicarsi a distanza, in un gioco di battibecchi poetici, dai toni, a volte, piuttosto forti. In un sonetto intitolato “Alla musa del sur G.” (Alla musa del signor G.) il Porta definisce l’avversario “Ciolla! Cojon! Sonaj! Morbo! Strument!”, i primi tre termini essendo traducibili con “coglione” e gli altri due significando “morbo, malattia” e “strumento, oggetto senza intelligenza”.

Concludiamo dicendo che il Porta ebbe, a suo tempo, contatti con i più grandi letterati tra cui Ugo Foscolo, Tommaso Grossi, Giovanni Berchet, Alessandro Manzoni… inserendosi a pieno diritto nel clima di vivacità artistica e intellettuale dell’epoca. L’uso del dialetto ha purtroppo limitato la diffusione delle sue opere, difficilmente comprensibili da chi non conosca, e bene, il dialetto milanese, ma ha al contempo donato loro una vivacità e un colore che difficilmente l’italiano potrebbe dare.

Ona vision

Veniamo ora alla nostra poesia. “Ona vision” fu scritta nel 1812 e si inserisce tra le opere satiriche che attaccano clero e nobiltà. La scena si svolge a casa di due sorelle aristocratiche che si intuisce essere zitelle. Con loro ci sono Don Pasquale e il teologo e canonista Don Diego. Don Pasquale sonnecchia davanti al fuoco, brontolando e russando, dopo aver lautamente mangiato. Nessuno però lo disturba, poiché si dice che durante il sonno egli abbia visioni mandate da Dio. Le sorelle pregano sottovoce, chiedendo alla bontà divina di sterminare tutti coloro che si permettono di disturbare i preti mentre dormono. Ma il sonno è agitato e le donne si preoccupano che qualche terribile visione possa far passare al sacerdote la fame per la merenda.

Don Diego, intanto, partecipa alle preghiere, interrompendosi di tanto in tanto per recitare alcune parti del breviario rimaste indietro.

Finalmente Padre Pasquale si sveglia e racconta la visione avuta. Era in Paradiso, e c’erano tanti Santi e Beati da poter far da tappeto al Paradiso stesso.

Le donne chiedono subito se, per caso, abbia visto qualche loro cugina o parente, ma il sacerdote dice di no. In compenso, dice di aver visto molte persone famose, tra cui Giuseppe Parini, Pietro Metastasio e altri celebri personaggi di cui vari in odor di Massoneria.

Le marchesine sono scandalizzate! Com’è possibile che dei Massoni siano in Paradiso? Non sa forse Don Pasquale che solo a conversare con loro si incappa nella scomunica papale?

Per il veggente le cose sembrano mettersi male: potrebbe rischiare addirittura di essere bandito dalla casa e dalla tavola delle due dame!

Per fortuna in suo soccorso viene Don Diego, che da teologo e canonista quale è, salva Don Pasquale dal suo funesto destino con un mirabile gioco di filosofia, che lascio a voi scoprire.

Potete scaricare la poesia con la mia traduzione al link sottostante:

Ona vision, poesia di Carlo Porta

Enrico Proserpio

 

La caduta dell’uomo e l’origine del sacro

Secondo molte religioni e scuole iniziatiche, all’inizio dei tempi l’uomo viveva in un mondo di perfetta felicità e di perfetto benessere, dove nulla mancava e non esistevano malattie e sofferenze. La Bibbia ci parla dell’Eden, il giardino paradisiaco creato da Dio e prima dimora dell’uomo. Lo stato paradisiaco dell’inizio, spesso definito “età dell’oro”, è destinato però a finire, non ha il carattere dell’eternità. Essendo un mondo di forme, per quanto elevate, non può essere che instabile, perituro, impermanente. Nell’apparente perfezione dell’Eden è presente il seme della caduta e la sua germinazione non è che questione di tempo.

Il mito dell’Eden definisce chiaramente la causa della caduta. Dice il Genesi:

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti.»[1]

E così accade. Quando Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito e acquisiscono la conoscenza del bene e del male non possono più rimanere nell’Eden e vengono cacciati dall’angelo. La loro condanna è forte e terribile:

Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».

All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».[2]

Non credo si debba vedere in questo mito della cacciata dal paradiso una volontà violenta di Dio verso la sua creatura. La cacciata, la caduta, è piuttosto l’inevitabile conseguenza della scelta dell’uomo. Adamo ed Eva si allontanano dal divino per la loro voglia di conoscenza e di libertà. Mangiano il frutto per comprendere, credendo a chi diceva loro che sarebbero divenuti pari a Dio. Ma non accade questo. L’uomo diventa conoscitore del mondo, della materia e cade nell’illusione che questo mondo sia quello reale. La forma prende nella coscienza umana il posto dell’essenza, la conoscenza razionale tacita l’intuizione spirituale. La cacciata non è un vero cambiamento di luogo. L’uomo non si sposta in un diverso paese, in un diverso mondo. Cambia piuttosto la visione del mondo dove vive. L’avidità di conoscenza e di potere non permettono più all’uomo di vedere il bello e la ricchezza del mondo, ma pone l’accento sempre e solo su ciò che non si ha, generando una corsa alla materialità e alla forma. Anche la filosofia stessa spesso rincorre la complessità fine a se stessa, l’eleganza effimera dell’accademico, di voli logici privi di reale fondatezza. Senza l’intuizione, senza la guida dello Spirito, la filosofia diventa spessissimo “feticismo logico e linguistico”.

Anche un altro passo riguardante la cacciata è spesso frainteso:

Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!». Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.[3]

Si potrebbe, a una lettura superficiale, pensare che Dio cacci l’uomo per punizione e per non avere un essere suo pari che possa contendergli il primato di Signore dell’Universo. Non è così. La conoscenza ha oscurato la coscienza umana sprofondandola nel mondo delle forme. Se l’uomo mangiasse anche del frutto della vita e divenisse immortale sarebbe condannato a vivere eternamente nella prigione di materia, limite e sofferenza che si è creato da solo. Con la cacciata dal paradiso, Dio tutela l’uomo come un padre tutela il figlio sgridandolo quando compie un gesto non corretto.

Un concetto simile alla cacciata dall’Eden per aver acquisito la conoscenza lo si ritrova anche in un testo precedente alla Bibbia: la Saga di Gilgamesh. In essa si narra che Enkidu, per due terzi divino e per uno umano, come il re Gilgamesh, e creato per tenergli testa, sia un essere bestiale, privo della ragione. Gilgamesh, compreso che Enkidu può essere per lui pericoloso, decide di giocare d’astuzia e così gli manda la prostituta sacra Shamkat che con il sesso trasmette la civiltà a Enkidu. Dopo il rapporto, egli non viene più riconosciuto dalle belve, divenendo un escluso dal paradiso, dallo stato primordiale. Anche qui la conoscenza provoca una caduta necessaria alla crescita successiva.

La caduta non riguarda solo l’uomo. Riguarda anche Dio stesso. Con la creazione egli rinuncia alla sua onnipotenza. Nel momento stesso in cui crea un “altro da sé”, perde il controllo, almeno parzialmente. L’Antico Testamento vede spesso profeti mandati ad avvertire il popolo eletto delle conseguenze della loro disobbedienza. L’uomo ha il libero arbitrio e questo è necessario a Dio per avere una controparte, una creatura indipendente da amare per poter egli stesso, grazie a tale Amore, perfezionarsi.

La caduta implica anche la perdita dell’armonia iniziale e del contatto con lo spirito delle cose e degli altri viventi, la perdita del contatto intimo con quella che, poeticamente, è stata definita “anima del mondo”. E poiché, attraverso di essa, cuore pulsante del creato, l’uomo poteva congiungersi a Dio, con la perdita dell’armonia, l’uomo non ha più la comunione col Creatore. Ma non tutto è perduto.

L’uomo, decaduto in un mondo sporcato dalla materialità, in una realtà di ordine inferiore a quella originaria, cerca una via, un modo, per riavvicinarsi a Dio. E per farlo crea la sacralità. Poiché il suo corpo materiale, la sua forma imperfetta, pone limiti netti, pesanti e difficili da superare, egli deve creare degli strumenti, dei mezzi per superarli. Tali strumenti sono di diverso tipo, ma servono a raggiungere lo stesso scopo.

Possiamo immaginare il Tutto come una ruota. Dal centro della ruota, dal perno intorno al quale tutto gira (il Divino) promana l’Universo. Il cerchio periferico della ruota rappresenta il mondo materiale dove l’uomo vive. I raggi sono le Vie che collegano il Divino all’umano. Su tali vie lo spirito si muove dal centro alla periferia e dalla periferia al centro. Ogni raggio della ruota rappresenta un percorso, una forma di sacralità differente, iniziatica o religiosa che sia.

La sacralità segna una via nel mondo, ma al contempo è esterna al mondo. Essa è fatta di gesti, simboli e pratiche che separano lo spazio sacro (non solo lo spazio fisico, ma anche lo spazio umano, mentale) da quello profano per permettere quella trascendenza che altrimenti si perderebbe nel tumulto delle forme.

Non tutti i percorsi creati dall’uomo sono paritetici e danno le stesse possibilità. Per poter servire allo scopo della trascendenza il percorso deve avere alcuni elementi. Prima di tutto il percorso deve essere basato su una dottrina, su una filosofia che affronti lo spirituale in modo il più possibile completo. Per quanto infatti la sacralità crei uno spazio privilegiato, non si può pensare che ci sia una frattura netta tra ciò che è sacro e ciò che sta fuori. Considerare come separati i due aspetti e pensare che il mondo profano, e ciò che si fa in esso, non abbia nessuna influenza sul sacro e sul percorso spirituale non può che portare al fallimento, al distacco dalla realtà. Non a caso i percorsi spirituali seri (e tradizionali) hanno un sistema etico e una filosofia pratica da seguire nella vita di tutti i giorni. Questo aspetto è importante sia per le sue implicazioni sulla vita della persona e, in definitiva, sull’Umanità, sia perché questo è il primo passo, l’inizio di quasi tutti i percorsi.

L’aspetto etico è una base importante, ma non è che la porta d’ingresso (o una delle porte) della sacralità. Lo scopo vero, infatti, è la trascendenza e la riunificazione col Divino. Questo lo si ottiene attraverso delle pratiche che portino le diverse parti dell’essere umano (mente, anima, spirito…) a fondersi, a unificarsi nell’armonia. Per farlo l’uomo ha creato simboli, rituali e regole. Questi esprimono la dottrina del percorso di cui fanno parte, ma hanno anche un valore superiore, una potenza spirituale che va oltre il significato razionale e filosofico. I simboli hanno una carica che si coglie attraverso l’intuizione e che non può essere compresa pienamente. Essi rappresentano e riassumono la totalità del mondo e permettono all’uomo di tornare a intuirne la grandezza, la vera essenza. Proseguendo nel percorso l’uomo abbandona gradualmente le cose in eccesso, i concetti inutili, i “feticismi filosofici e linguistici” e si purifica fino a ritrovarsi. L’Adepto (o il Santo) sono uomini realizzati, che non hanno più bisogno del percorso perché hanno superato le forme, tanto profane quanto sacre. Nell’Adepto, profano e sacro non hanno più senso, non hanno distinzione. Tutto è ritornato all’armonia e all’unità originarie.

La sacralità ha il potere di sfruttare la divisione per portare all’unità. Con la caduta l’uomo non è più unito al Tutto, ma è separato, diviso. Egli percepisce, nella sua illusione, l’altro (perfino l’altro uomo) come qualcosa di diverso, di distaccato. Il sacro però torna a creare unità, ponendo coloro che fanno lo stesso percorso in una fratellanza di intenti che è anche reale unione nello spirito. Questa fratellanza, che è esclusiva in quanto riguarda solo coloro che hanno intrapreso un certo tipo di via, è la pallida e sbiadita immagine dell’unità originaria. In origine, lo stato spirituale della persona era assoluto, integro, totale. Con la caduta diviene relativo, legato ai rapporti con l’altro che è tale solo per l’illusione della separazione. La sacralità è per forza questione di rapporti con il mondo e gli esseri umani. Perfino le pratiche ascetiche degli eremiti che vivono in totale solitudine e isolamento sono in realtà “sociali”. L’eremita è tale proprio in relazione alla società, all’insieme degli uomini e delle donne che vivono nel mondo. La scelta di isolamento e solitudine è sempre fatta in considerazione della società. L’uomo non esiste di per sé, ma è parte di qualcosa di più grande: l’Umanità. Essa non va intesa solo in senso sociologico o antropologico, ma in senso mistico, come essere unico anche se incosciente della sua stessa unità. Scrive Paul Evdokimov:

Quando i Padri [della Chiesa] si riferiscono alla caduta usano una immagine molto familiare, quella dell’integrità «frantumata in mille pezzi a causa del peccato». Nella sua infinita pazienza Iddio trascorre il suo tempo «incollando di nuovo» le particelle disperse per ricostituire l’unità iniziale.[4]

Come si diceva, non tutte le forme di sacralità sono identiche e di pari valore. Non condivido ciò che sosteneva René Guénon secondo il quale le vie moderne e create di recente non avrebbero valore e sarebbero da ritenersi solo pseudo-iniziatiche. Ogni caso va valutato singolarmente. Quel che però condivido con l’autore francese è il rispetto della Tradizione e la sua valorizzazione. Le vie tradizionali danno maggiore garanzia per vari motivi. Prima di tutto la loro durata ne prova, in certo qual modo, la serietà. Molti sono i movimenti o le sette che nascono e finiscono in poco tempo senza lasciare traccia. Inoltre, col tempo, le vie tradizionali si sono via via arricchite dell’apporto sia filosofico che spirituale e “pneumatico” di coloro che le hanno seguite. Pensiamo solo alla grande quantità di scritti mistici o teologici del Cristianesimo o di altre religioni come l’Induismo o il Buddhismo. Questa ricchezza garantisce anche una completezza del percorso, una possibilità maggiore di trovare gli strumenti adatti alla propria realizzazione spirituale. Le vie nuove, non legate a una tradizione, sono tutte da costruire e quindi incerte.

Profano e sacro, dunque, sono solo concetti umani che l’uomo deve superare nella sua ascesa. Il dualismo è la prima grande illusione dovuta alla caduta, una illusione che ci ingabbia in concetti e parametri limitanti. Il mondo, divenuto profano, non ha altro da offrire che limiti, illusione e falsità. Ma l’uomo è stato capace di creare, con l’aiuto dello Spirito, delle strade per fuggire da tutto ciò, sfruttando proprio quelle forme, quelle illusioni e dando loro un senso e un potere nuovo. Riducendo la complessità e la grandezza del creato in uno spazio simbolico e limitato, il sacro riesce, paradossalmente, a raggiungere l’infinito sfuggendo alla confusione e alla vertigine che coglie colui che, impreparato, si sporga sull’abisso cosmico dell’Universo. I limiti del profano sono imposti dal di fuori e sono dei freni alla nostra ascesa. I limiti del sacro sono auto-imposti e servono da indicazione, da strada e da guida alla trascendenza. Il punto di arrivo è al di fuori sia del profano che del sacro, poiché tali categorie appartengono al mondo delle forme e la meta è, al contrario, essenza.

Un ultimo punto è fondamentale. Le diverse sacralità portano tutte verso lo stesso centro, ma sono strade differenti. Spesso si sente dire che le varie religioni sono uguali l’una all’altra, che dicono le stesse cose anche se con parole diverse. Non è così. Ogni religione ha il proprio modo di vivere e concepire il Divino e la sacralità e, per quanto possa avere cose in comune con le altre, resta pur sempre unica. L’atteggiamento, sempre più diffuso purtroppo, di seguire più vie contemporaneamente, anche se tra loro molto distanti, crea spesso confusione e non porta a nulla di buono. Si rischia di divenire banderuole che si muovono al vento delle ultime novità o della moda. Non escludo certo la possibilità di seguire diversi percorsi. È però opportuno fare delle scelte, seguire vie che siano vicine l’una all’altra. Personalmente pratico la Massoneria e il Martinismo a livello iniziatico e il Cristianesimo Ortodosso a livello religioso. Questi tre filoni derivano comunque dalla spiritualità dell’Occidente giudaico-cristiano e come tali sono affini e compatibili. Altro discorso sarebbe seguire, per esempio, l’Ortodossia e il Voodoo contemporaneamente. Si tratta di due vie incompatibili tra loro. Fare un’abbuffata di Iniziazioni e di vie iniziatiche e religiose è un atteggiamento che manca di rispetto al sacro e tratta la spiritualità come se fosse un bene di consumo e l’Iniziazione come una figurina da aggiungere all’album. E questo è molto, molto profano.

Enrico Proserpio

[1] Genesi, capitolo 2, versetti 15 – 16, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[2] Genesi, capitolo 2, versetti 14 – 19, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[3] Genesi, capitolo 3, versetti 22 – 23, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[4] Paul Evdokimov, L’ortodossia, Edizioni Dehoniane Bologna, 2010, pagina 135.

Considerazioni sulla Giustizia

Una delle peculiarità del Rito Scozzese Rettificato è il collegamento tra i gradi e le Virtù Cardinali e Teologali. I primi quattro gradi, quelli prettamente massonici, si ricollegano alle Virtù Cardinali:

  • Apprendista: Giustizia
  • Compagno: Temperanza
  • Maestro: Prudenza
  • Maestro Scozzese di Sant’Andrea: Fortezza

Ci occuperemo qui della Giustizia, inerente al primo grado. Il riferimento a tale Virtù appare nel Rituale di Ricevimento[1], sia nell’arredamento del Tempio che nel testo. Nel Tempio saranno, infatti, posti due cartelli: uno all’Oriente, con la scritta “Giustizia” e l’altro all’Occidente, con la scritta “Clemenza”. Il Maestro Venerabile, inoltre, rivolge al nuovo Fratello, appena ricevuto in Loggia, delle spiegazioni inerenti il senso delle scritte sopra citate. Indicando il cartello all’Oriente egli spiega:

Le leggi della Giustizia sono eterne e immutabili. Colui che, essendo affranto dai sacrifici che essa esige, rifiuta di sottomettervisi, è un codardo che si disonora e si perde. Non esitate dunque mai Fratello mio, e siate giusto verso tutti gli uomini, senza consultare le vostre passioni, né i vostri interessi personali. Queste armi che vedete puntate contro di voi, non sono che una debole immagine dei rimorsi dei quali sarete preda se voi aveste la disgrazia di mancare di Giustizia e al vostro giuramento.

Facendo poi girare il Fratello, affinché veda il cartello all’Occidente, prosegue:

Fratello mio, se voi siete di animo giusto e sincero, non piangete affatto; la Clemenza tempera i rigori della Giustizia in favore di coloro che si sottomettono generosamente alle sue leggi. Usate dunque la moderazione con gli altri uomini quando essi si saranno resi colpevoli verso di voi.

Alla luce di questi brani possiamo fare alcune considerazioni. Tanto per cominciare risulta evidente che non si sta parlando della semplice giustizia profana, quella delle leggi dello stato e dei tribunali, che della vera Giustizia è il pallido riflesso (quando non un vero e proprio stravolgimento). Lo si può comprendere dall’accenno all’eternità e immutabilità delle leggi, il che le pone su un piano superiore a quello materiale che eterno e immutabile non è. Le leggi a cui si fa riferimento sono dunque quelle del mondo divino, quelle emanate dalla mente di Dio all’origine dei tempi. Da quei principi primi derivano le leggi del mondo materiale e le leggi dello Spirito.

Fu dalla prevaricazione, che altro non è che la disobbedienza alle leggi divine, che derivò il male, il quale non esisteva e che non discende dal Creatore. La prevaricazione, che ha fatto decadere dal loro primo stato di gloria gli spiriti perversi prima e Adamo poi, ha dato origine a una lotta interna all’umanità, alla “discendenza di Adamo” tra l’intelletto buono (proveniente da Dio) e l’intelletto cattivo (proveniente dagli spiriti perversi). In mezzo si trova l’uomo, che deve scegliere tra il seguire i dettami di Dio e lavorare alla propria reintegrazione e il cedere alla tentazione. Il male deriva proprio dalle suggestioni dell’intelletto cattivo e dalla scelta dell’uomo di metterle in atto. Così scrive il Martinez de Pasqually:

Si può vedere, in tutto ciò che ho detto, che l’origine del male non è venuta da alcun’altra causa se non dal cattivo pensiero seguito dalla volontà cattiva dello spirito contro le leggi divine, e non che lo spirito stesso emanato dal Creatore sia direttamente il male, perché la possibilità del male non è mai esistita nel Creatore. Esso nasce unicamente dalla sola disposizione e volontà della sua creatura. Coloro che parlano differentemente non parlano con cognizione di causa delle cose possibili ed impossibili alla Divinità. Allorché il Creatore castiga la sua creatura, gli si dà il nome di giusto, e non quello d’autore del flagello ch’egli lancia per preservare la sua creatura dal patimento infinito.[2]

Possiamo dire che la Giustizia, in senso esoterico del termine, è dunque la capacità di distinguere l’intelletto buono da quello cattivo. Essa è la prima virtù, necessaria a ogni percorso spirituale e a ogni realizzazione. Senza la capacità di distinguere, l’uomo è, infatti, preda di ogni suggestione, di ogni superstizione e di ogni perversione. Per questo la Giustizia è la virtù del primo grado, essendo essa la base necessaria a praticare tutte le altre.

Ma come può l’uomo distinguere ed essere certo di praticare la Giustizia? Nel suo stato di privazione il Minore non ha la visione chiara delle cose e può cadere nell’errore. Per tal motivo esistono le leggi morali ed etiche, leggi che il massone deve interiorizzare, cercando di comprenderne il senso profondo per costruirsi quegli strumenti necessari a comprendere e a distinguere. Ogni uomo dovrà lavorare su se stesso e fare il proprio percorso di comprensione, essendo la via di ognuno unica. Non ci dilungheremo qui sui principi morali, che da soli richiederebbero una lunga trattazione. Un accenno però ad alcuni punti è necessario.

Il primo punto è il dovere, per il massone, di comportarsi secondo giustizia, per quanto possibile. L’errore è comprensibile e, a volte, anche perdonabile. La malafede non lo è. In tal senso il Libero Murature non deve cercare scuse per le proprie debolezze o, peggio, non deve essere ipocrita. Il Lavoro di Loggia non ha senso se nel mondo profano i principi vengono abbandonati in nome dell’interesse immediato e personale. Il mondo profano non è una cosa distaccata da quello spirituale, ma ne costituisce la base e il terreno di prova. Senza coerenza nei principi non c’è elevazione. Se l’adesione ai principi della Giustizia è solo esteriore, di facciata, non si realizzerà nulla e si rimanderà la propria reintegrazione, poiché allo Spirito non sfugge nulla. Anche la Scrittura ci ricorda di diffidare degli ipocriti:

Nel frattempo, radunatesi migliaia di persone che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: «Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. [ … ]»[3]

In tal senso è anche importante il non usare due pesi e due misure nei giudizi, poiché la Giustizia è una e non può essere differente a seconda delle convenienze. Anche qui la Scrittura è chiara:

In quel tempo diedi quest’ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui. Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio; le cause troppo difficili per voi le presenterete a me e io le ascolterò.[4]

E ancora:

Il doppio peso è in abominio al Signore

e le bilance false non sono un bene.[5]

In questo ultimo passo del Deuteronomio si incontrano anche altri aspetti molto interessanti: il fatto che il giudizio appartenga a Dio e l’esistenza di cause troppo difficili per l’uomo. Le due cose in realtà sono connesse. L’uomo è un essere limitato e come tale non può giudicare in modo certo. Solo Dio ha la possibilità di giudicare senza tema d’errore e, quindi, secondo vera Giustizia. Inoltre la natura umana, imperfetta e debole, induce l’uomo a errare. Non esiste un essere umano che non abbia mai compiuto atti ingiusti e non abbia mai compiuto qualcosa di male. Per questo il Rituale fa accenno anche alla Clemenza, che, da una parte, mitiga la durezza della Giustizia e, dall’altra, ci indica ciò che dobbiamo fare. Per quanto il nostro prossimo ci appaia colpevole, dobbiamo cercare di applicare la comprensione e la Clemenza, ricordandoci sempre della nostra fondamentale incapacità di conoscere e comprendere tutte le ragioni di ciò che vediamo. Per questo, anche nel momento in cui ci si trovi costretti ad agire contro qualcuno e ad applicare le leggi e le norme dell’Ordine o dello stato, lo si dovrà fare senza astio e nella giusta misura. Si dovrà stare attenti ad agire sulla base del buon intelletto che viene dall’alto e non sull’onda di bassi sentimenti di vendetta che sono suggeriti dal cattivo intelletto. Anche la vendetta, infatti, appartiene a Dio:

Non dire: «Voglio ricambiare il male»,

confida nel Signore ed egli ti libererà.[6]

Anche San Paolo scrive:

Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore.[7]

E continua suggerendo come comportarsi con chi compie atti ingiusti nei nostri confronti:

Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.[8]

Nostro compito è comportarci in modo giusto, è cercare di comprendere e conoscere le vie della Giustizia per seguirle. Applicare tali leggi su chi le viola e vendicare i torti sta invece a Dio, unico ad avere la possibilità di farlo agendo in modo retto e in piena coscienza e conoscenza.

Ovviamente questo non significa che l’uomo non debba mai contrastare chi agisce ingiustamente. Solo che il contrasto all’ingiustizia deve essere portato avanti nel modo opportuno, seguendo i dettami della Ragione, nel senso più elevato e spirituale del termine, e non seguendo la sete di vendetta, come già si sottolineava in precedenza. La legge umana, se creata con questo spirito, diviene quindi uno strumento utile per gestire le ingiustizie senza generarne delle altre. Anche qui, però, chi la applica deve sempre ricordare la Clemenza e la giusta misura, altrimenti la legge stessa rischia di trasformarsi nel male che cerca di combattere. Questo vale per le leggi degli stati, ma anche per la legge morale. Se ci si dimentica del cuore della Legge, ovvero della sua natura di strumento per evitare la prevaricazione e aiutare gli uomini a vivere rettamente, e la si erge a riferimento assoluto e indiscutibile, si finisce con l’adorare la Legge come nuovo Dio e con il compiere il male stesso in suo nome. Anche Cristo se la prende con chi svuota la Legge del suo contenuto vero e ne applica la lettera in modo pedissequo, rigido e intransigente per i propri interessi umani:

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.

Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e d’iniquità.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. Ebbene, colmate la misura dei vostri padri![9]

Per concludere vorrei accennare al simbolismo che si riscontra nella lama numero VIII dei Tarocchi che della Giustizia prende il nome. Nel simbolismo di questa lama ritroviamo quanto detto in precedenza: la spada indica il potere della Giustizia, che deve essere però temperato dalla misura e dall’equità, rappresentate dalla bilancia. Inoltre la spada è verticale, puntata verso il cielo e non verso un ipotetico colpevole. Questo ci suggerisce che, come dice la Scrittura, il suo uso sia riservato a Dio. Oswald Wirth, nella sua opera sui Tarocchi, ci spiega l’importanza della Giustizia, che egli identifica con la Legge divina:

Senza di lei nulla può vivere, poiché gli esseri non esistono se non in virtù della legge alla quale sono sottomessi.[10]

E ci indica anche la connessione tra il simbolismo dei Tarocchi e quello massonico:

Per analogia con le colonne Jakin e Bohas del Tempio di Salomone, i pilastri del trono della Giustizia segnano i limiti della vita fisica: tra loro si estende il campo limitato dell’attività animatrice.[11]

Per il Wirth, inoltre, la Giustizia è anche equilibrio, armonia universale che, se rotta in qualche modo, si ristabilisce inesorabilmente:

Nella mano destra, la dea stringe, inoltre, una spada formidabile, che è la spada della fatalità, poiché nessuna violazione della legge rimane impunita. Non vi è vendetta: ma l’implacabile ristabilimento di ogni equilibrio infranto provoca prima o poi la reazione ineluttabile della Giustizia immanente, alla quale ci collega l’arcano VIII.

Ma lo strumento riparatore degli errori commessi è la Bilancia, le cui oscillazioni riportano l’equilibrio. Ogni azione, ogni sentimento, ogni desiderio influiscono sulla sua asta: ne derivano accumulazioni equivalenti che avranno ripercussioni fatali, in bene o in male. Le energie messe in gioco si capitalizzano; quelle che procedono da una bontà generosa arricchiscono l’anima, poiché colui che ama si rende degno di essere amato. Le simpatie sono più preziose di tutte le ricchezze materiali: nessuno è più povero dell’egoista che rifiuta di darsi psichicamente. Dobbiamo saper donare, per essere ricchi.[12]

Infine, facciamo notare che il numero VIII, che corrisponde alla lama della Giustizia, è, per Martinez de Pasqually, il numero dello “Spirito doppiamente forte appartenente al Cristo”. Che non sia una coincidenza appare evidente.

Enrico Proserpio

[1] Nel Rito Scozzese Rettificato non si parla di “Iniziazione” ma di “Ricevimento”. Essendo tale Rito di matrice cristiana, si ritiene che il recipiendario sia già stato introdotto sulla Via col Battesimo. Egli quindi è già “iniziato” e col Ricevimento in Loggia prosegue il suo percorso su un livello nuovo e più approfondito.

[2] Martinez de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri, edizioni Libreria Chiari FirenzeLibri S.R.L, 2003, pagina 38.

[3] Vangelo secondo Luca, capitolo 12, versetti 1 – 3, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[4] Deuteronomio, capitolo 1, versetti 16 – 17, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[5] Proverbi, capitolo 20, versetto 23, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[6] Proverbi, capitolo 20, versetto 22, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[7] Lettera ai Romani, capitolo 12, versetti 17 – 19, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[8] Lettera ai Romani, capitolo 12, versetti 20 – 21, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[9] Vangelo secondo Matteo, capitolo 23, versetti 13 – 32, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[10] Oswald Wirth, I Tarocchi, Edizioni Mediterranee, 2002, pagina 166.

[11] Oswald Wirth, I Tarocchi, Edizioni Mediterranee, 2002, pagina 166.

[12] Oswald Wirth, I Tarocchi, Edizioni Mediterranee, 2002, pagine 168 – 169. Corsivi originali.

Gli illuminati nella società umana

Pubblichiamo qui la recensione di un libro che molto ha a che fare col Martinismo e solo indirettamente con la Massoneria. Crediamo però che sia utile ai Fratelli, sia per i suoi contenuti di saggezza universale, sia per la parentela stretta tra la dottrina del Saint-Martin (autore del libro) e quella del Willermoz, che fu fondatore del Rito Scozzese Rettificato.

Tra i grandi pensatori cristiani del XVIII secolo si può annoverare senza dubbio Louis Claude de Saint-Martin. Tra le sue opere più famose possiamo citare “L’uomo di desiderio”, o “Ecce homo”. Pochi però conosceranno, probabilmente, “Gli illuminati nella società umana”, opera “minore” del Filosofo Incognito (così era conosciuto l’autore) riguardante la società e le sue istituzioni.

Il periodo in cui visse l’autore fu uno dei più turbolenti sul fronte politico per la Francia e per l’Europa. Il Saint-Martin fu testimone, infatti, della rivoluzione francese e attento osservatore dei fatti e delle idee a essa legati.

Nel suo breve trattato egli affronta un tema fondamentale: il principio base che regge ogni umana associazione. Partendo in gran parte dalla critica alle tesi sul “contratto sociale” di Jean Jacques Rousseau, egli dimostra che alla base di tutto c’è quel principio divino da cui l’Uomo si è distaccato e cui deve tendere nella sua vita, allo scopo di reintegrarsi con Lui e in Lui. Il contratto sociale così come Rousseau l’intende non può, per il Filosofo Incognito, sussistere. Esso infatti manca della forza vitale che solo il ricordo della Grazia perduta può infondere. È assurdo pensare che la società sia nata da uomini selvaggi e animaleschi, solitari nelle loro abitudini di vita e soggetti a ogni legge della natura, allo scopo di avere maggiori vantaggi pratici rinunciando a parte della propria libertà. Un simile pensiero è puramente astratto, privo di fondamento nella realtà. Inoltre è lo spirito a guidare l’uomo verso il progresso sociale e verso il bene e non certo l’utilità materiale. E l’approccio materialista di molti suoi contemporanei è aspramente criticato e visto come frutto della degenerazione dell’essere umano dal suo stato naturale di uomo-spirito:

Senza preoccuparsi di sapere se l’uomo sonnecchia o meno in un abisso, essi hanno scambiato le agitazioni convulsive della sua situazione dolorosa per i movimenti naturali di un corpo sano che gode liberamente di tutti i principi della sua vita: ed è con questi elementi caduchi e tarati che hanno voluto formare l’associazione umana e costituire l’ordine politico.[1]

Il governo di un paese non può essere quindi materialista e improntato al banale e basso interesse materiale se si vuole che esso agisca secondo giustizia e per il bene degli uomini. Il buon governo non potrà che essere teocratico. Non si fraintenda, però, questo termine che il Saint-Martin, come si evince dalla lettura, non intende come forma di governo basata su una particolare religione e sulle sue leggi morali specifiche. Allo stesso modo egli non potrebbe essere più lontano dal volere un regime ierocratico (un “governo dei preti”). Per governo teocratico, egli intende un governo guidato dai veri principi spirituali, un governo di uomini che tendano alla reintegrazione dell’Uomo nel suo stato iniziale e che traggano quindi l’ispirazione delle proprie azioni e delle proprie idee dal Principio Primo stesso. Solo in questo modo il governo potrà davvero tendere al bene e promulgare leggi dal valore universale.

Quale che sia la nostra opinione politica, il trattato ha degli spunti di riflessione di grande attualità. L’attacco al becero materialismo (quello dell’egoismo e dell’avidità, non quello filosofico) è sicuramente valido in un momento storico come il nostro che vede regnare solamente l’iniquo interesse economico. Su molti punti il Filosofo Incognito si rivela ben più moderno e progredito di molti pensatori del XXI secolo che si spacciano per tali.

Egli si scaglia contro la pena di morte, ritenendo che l’uomo non abbia il diritto di togliere la vita, visto che non può ridarla. Per l’autore la pena, infatti, deve essere data in funzione di una riabilitazione del criminale che tramite la pena stessa dovrebbe prender coscienza del suo errore e reinserirsi nel consesso della gente onesta. La pena di morte vanifica tutto ciò, rendendo impossibile ogni riabilitazione e dimostrandosi, di conseguenza, inutile:

Sicuramente una delle regole più incontestabili della giustizia sarebbe che le pene afflittive che i legislatori umani si permettono di infliggere non portassero via per sempre al criminale, ciò che gli potrebbe essere reso se questi venisse a profittare della punizione e rientrasse quindi nelle vie dell’osservanza delle leggi.

[ … ] Non avendo il potere di rendergli la vita essi dovrebbero sentire che non hanno neppure il potere di togliergliela, perché questa pena non è più una punizione ma una distruzione che diviene inutile per il colpevole e che non è neppure di alcun profitto per i malvagi che ne sono testimoni.[2]

Interessante a tal proposito l’accenno ad antiche pene capitali inflitte per ispirazione dello Spirito. L’autore si riferisce, con tutta probabilità, ai tanti uomini uccisi per ordine di Dio nelle Sacre Scritture. Per l’autore si tratta di casi diversi da quelli del criminale condannato da un pubblico tribunale. Dio infatti può dare la salvezza e riportare sulla retta via gli esseri umani anche dopo la morte e per questo è Egli solo a poter condannare a morte. Gli uomini di oggi non sono più come quelli di quei tempi e non odono più la voce di Dio. Pertanto non possono arrogarsi un diritto che non hanno:

Per eseguire questi terribili giudizi la giustizia suprema non impiegava sempre immediatamente i flagelli fisici e le potenze della natura; spesso, per velare la sua azione, confidava il suo diritto alla voce ed alla mano dell’uomo che, allora, si trovava legittimamente ed efficacemente dotato di quello che noi chiamiamo diritto di vita e di morte sui suoi simili; diritto che, essendo esercitato solo per ordine da parte di quelle luci che non sono affatto umane, si trova al riparo da qualsiasi rimprovero o critica.

Ma i legislatori umani non hanno trasmesso che le ombre di queste alte verità nella loro giustizia composita ed hanno trasferito quel diritto divino da tutte queste autorità superiori al loro solo potere cieco ed alla loro autorità capricciosa; e con essa hanno deciso, condannato ed ucciso, come se fossero investiti dell’autorità divina, arrivando a sostenere che non erano loro ma la legge a versare il sangue del colpevole.[3]

Tesi che comporta la non-eternità della pena per l’essere umano che muoia “nel peccato”:

[ … ] e siccome le leggi divine sono vive ed esse non possono, dando la morte, separarsi dalla vita che le accompagna, noi non crediamo di sbagliare sostenendo che il colpevole, che paghi il fio dei crimini della sua vita animale, e che entri quindi in una situazione più penosa di quella che ha lasciato, non possa anche, entrandovi con rassegnazione e sperando nella sua fine, godere infine delle vivificanti compensazioni divine.[4]

Tesi che condivido pienamente, non potendo io immaginare un Dio tanto crudele da dare una punizione eterna e infinita per una qualsivoglia colpa finita e temporanea.

Altro punto di grandissimo interesse è quello dei “nomi”, dove con tale termine si indicano quelle forme (nomi, appunto) che divengono idoli nella società, idoli sia di natura religiosa che politica. Molti sono, infatti, i miti che l’uomo crea e in nome dei quali è disposto a sacrificare la dignità, la sicurezza e perfino la vita dei propri simili. Alcuni di essi erano in origine cose buone, derivanti dalla Sorgente Prima, ma nella sua degenerazione l’uomo ha perso la conoscenza della vera natura di queste cose conservandone il solo nome ed ergendolo a oggetto della sua adorazione:

Disgraziatamente le fonti del pensiero malvagio hanno talmente prevalso su quello che restava all’uomo della sorgente pura, che noi non conosciamo alcuna associazione il cui nucleo o centro non sia debole o viziato; e più disgraziatamente ancora, quando i pensieri buoni si sono ritirati dalla casa dell’uomo, egli ne ha conservato i nomi, che però ha scambiato quasi sempre con le medesime cose che avrebbero dovuto rappresentare.

[ … ] Noi biasimiamo molto le nazioni selvagge che immolano vittime umane ai loro idoli: noi biasimiamo gli ebrei che hanno fatto altrettanto con i loro, dopo i falsi esempi che avevano imparato dai loro vicini. Presso questi popoli, indipendentemente dal nome dei loro idoli materiali, vi sono anche nomi di devozione, di patriottismo, di bisogni espiatori mal compresi, di vendetta etc. ed è a questi nomi o all’idea falsa che racchiudono che queste nazioni sacrificano degli uomini, ben più che ai loro idoli materiali, che non possono loro richiedere delle vittime.

Bene! Noi che ci crediamo così fortemente al di sopra degli altri popoli in questo campo, vediamo quante vittime umane abbiamo offerto durante la rivoluzione alle parole di nazione, sicurezza dello stato ecc.[5]

Come non vedere l’attualità di questa denuncia in un mondo dominato unicamente dal denaro e dall’economia? Un mondo in cui si sacrificano migliaia di vite ai novelli Moloc della “crescita economica” e del “mercato” non può che essere in preda di questa specie di malefica idolatria di cui parla il testo.

Il trattato non giunge a definire una forma ideale di governo. E forse sarebbe stato un controsenso farlo, visto che ogni forma non è che un’illusione dettata da questo mondo degenerato. Nonostante ciò, il Saint-Martin fa alcune considerazioni sulle nascenti idee repubblicane. In particolare egli si dimostra piuttosto scettico sullo strumento delle elezioni. Per l’autore esse possono valere nel ristretto ambito dell’amministrazione di cose pratiche, basse e materiali. Ma essendo l’unico governo buono e degno originato direttamente dall’alto, le elezioni non possono essere uno strumento valido in generale[6]. Anche in ciò egli si distacca dal pensiero politico moderno che nasceva in quei momenti. Egli non vedeva un governo eletto come rappresentante della “volontà generale”. Mentre Rousseau definiva la “volontà generale” come l’insieme delle singole volontà delle persone del popolo, e quindi le elezioni come espressione di questa stessa volontà, il Saint Martin negava che nel popolo potesse risiedere una volontà generale. Le persone hanno, infatti, idee diverse, diverse ambizioni e desideri che si riverberano nel disordine dell’umanità. Gli eletti, ammesso che si dedicassero alla soddisfazione dei bisogni degli elettori, non potrebbero comunque agire nell’interesse di tutti, ma solo nell’interesse di una delle parti. La volontà generale, dunque, per l’autore è da identificare con la volontà del Principio Primo a cui tutti gli uomini tendono e che tutti gli uomini desiderano, pur inconsciamente.

L’edizione della casa editrice Jouvence aggiunge al trattato del Filosofo Incognito una breve introduzione del traduttore, Mauro Cerulli, dove si spiega in modo sintetico, ma ben strutturato, il pensiero del Rousseau, dalla critica del quale il Saint-Martin parte nelle sue considerazioni. Inoltre è presente una introduzione storica (che occupa, a dire il vero, più della metà del libro) dal titolo “Louis Claude de Saint-Martin e il Martinismo” curata da Apis, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Egizio. Oltre a una disquisizione su ciò che è il Martinismo e una ben documentata storia dei vari Ordini (francesi e italiani in particolare), Apis si spinge in una critica di atteggiamenti, oggi purtroppo assai diffusi, di protagonismo e di ciarlataneria. Sono vari i personaggi che si muovono nel mondo iniziatico e Martinista (nonché massonico) che se ne dimostrano indegni. Vari sono coloro che fanno proselitismo più per ragioni di egocentrismo (o, peggio, per denaro) che per diffondere la Luce e contribuire all’Opera di Reintegrazione. Senza considerare coloro che si danno a pratiche dubbie e incompatibili con la via martinista, personaggi che rischiano di vanificare con la loro malafede o con la loro ridicolaggine il lavoro duro e serio di molti Superiori Incogniti degni di tale titolo. Riporto a tal proposito solo una piccola citazione:

Possiamo solo aggiungere, come nota folkloristica l’esistenza di sedicenti “Gran Maestri” davvero reclutabili nel circo Barnum, tra cui un tale che alterna riti pseudo-martinisti con pratiche vudù (con tanto di galline sgozzate); un secondo personaggio che, dopo aver girato tre o quattro Ordini Martinisti, si è “messo in proprio” costituendo un micro-ordine di cinque o sei persone e che ha recentemente dato alle stampe un libro nel quale, oltre che coprire di improperi varie personalità del Martinismo (vive o morte), se la prende con coloro che concedono i Poteri Iniziatici alle Sorelle in quanto [ … ]: “La donna è nemica naturale dell’uomo poiché il suo compito è quello di rubargli lo sperma” (sic!).

[ … ] Un altro pittoresco “colloquiante con la Chose” invece va in giro spacciandosi per vescovo ortodosso con tanto di abito talare! Poi annoveriamo in tale divertente galleria alcuni “Martinisti” convertiti al culto degli UFO, altri “Martinisti” che si rifanno agli antichi culti iranici, ed infine “last but not least” un picaresco “Gran Jerofante de nojantri” che batte la capitale in lungo ed in largo sostenendo di essere il depositario “dell’Ordine Martinista di Ventura” (sic!), quando da tale ordine egli fu invece cacciato a pedate dal successore diretto del Ventura stesso, ovvero il citato Sebastiano Caracciolo![7]

Parole che non possiamo non condividere su personaggi a cui, pur non citandone l’autore l’identità, pensiamo di poter dare un nome e un cognome.

Concludo invitando i Fratelli Martinisti e non solo a leggere questo libro che può gettare una Luce pura, forte e viva sulla politica e la società di questa nostra buia epoca materialista.

Enrico Proserpio

[1] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 136.

[2] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagine 178 – 179.

[3] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 180 – 181.

[4] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 180.

[5] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 184. Corsivo mio.

[6] Anche ai giorni nostri ci sono pensatori che mettono in dubbio la validità del metodo elettorale e la sua effettiva democraticità. Le ragioni di tale critica sono, parzialmente, simili a quelle del Saint-Martin. A tal proposito consiglio la lettura di “Contro le elezioni” di David van Reybrouck.

[7] Fr::: Apis, “Louis Claude de Saint-Martin e il Martinismo”, pubblicato come introduzione a “Gli illuminati nella società umana” di Louis Claude de Saint-Martin, edizioni Jouvence, 2016, pagini 100 – 101.

Dogma, dogmatismo e Massoneria, ovvero della compatibilità tra Cristianesimo e Massoneria

Da che è nata la moderna Massoneria, ci si è posti il problema della compatibilità tra l’appartenenza massonica e la fede cristiana.

Il discorso è ovviamente complesso e non si può ridurre a un semplice articolo. Cercherò comunque di dare un quadro di massima della questione.

Finché la Massoneria fu operativa, formata, cioè, da muratori veri e propri che costruivano cattedrali, palazzi ed edifici vari, la questione non si pose. Le congregazioni muratorie, infatti, nascono nel medioevo in ambiente cattolico-romano e del cattolicesimo adottano la dottrina religiosa (salvo poi accogliere in segreto filosofi e artisti portatori di idee e dottrine diverse ed “eretiche”). Ne è segno la presenza di sacerdoti cattolico-romani tra i membri delle Logge. Fin dall’inizio, infatti, alle corporazioni non appartenevano solo muratori, ma anche membri che svolgevano altre funzioni. Questi venivano detti “Muratori Accettati” in quanto, pur non essendo muratori veri e propri, venivano accettati come tali. Tra di loro c’erano filosofi, teologi, artisti e letterati che contribuivano con la loro sapienza alla progettazione degli edifici e alle decorazioni degli stessi. Ma i due membri accettati sempre presenti, in ogni Loggia, erano il medico e, appunto, il prete. In quell’epoca, la religione era centrale nella vita delle persone e della società. Per questo le Logge necessitavano di un prete per svolgere le funzioni ordinarie (la messa) e per garantire i conforti religiosi a coloro che incappavano in incidenti e malattie. Fino a pochi decenni fa, infatti, poteva bastare una scheggia di sasso nell’occhio, o un’altra incidente anche banale, per causare infezioni mortali. Se poi pensiamo che i medici agivano in base a idee filosofiche, basate sul mero ragionamento speculativo e senza nessuna base esperienziale ed empirica, possiamo ben capire che il prete dovesse spesso subentrare con l’estrema unzione dopo i tentativi, vani, se non dannosi, di cura.

I secoli XVI e XVII videro però un drastico cambiamento nella cultura, nella politica e anche nella religiosità delle persone. A partire dalla riforma luterana nulla fu più come prima. Il potere monolitico della chiesa di Roma si stava sgretolando. E in una roccia crepata basta infilare una leva e far forza perché la roccia si rompa. Lutero fu la leva con cui diversi principi tedeschi prima, e monarchi poi, scardinarono l’egemonia di Roma. L’era moderna si stava aprendo. Per la prima volta dopo un millennio e mezzo l’Europa non era più unita sotto una sola Chiesa, ma era divisa e discorde sulla dottrina. Per due secoli il continente si coprì del sangue delle vittime delle guerre di religione, i cattolici massacrarono i protestanti e i protestanti ricambiarono senza risparmiarsi. Ma tale clima di guerra e violenza era destinato a finire.

L’inizio del XVIII secolo, in Inghilterra, vedeva una società non più dominata reda un unico pensiero religioso. Non solo: non si riusciva a intravedere una maggioranza tale da potersi imporre sulle altre fazioni. Il popolo inglese era cristiano, ma i vari Cristianesimi (cattolico-romano, anglicano, luterano…) erano numericamente simili e nessuno quindi poteva prevalere. In una simile situazione nacque la necessità e la volontà di un modo diverso di approcciarsi alla questione, un modo differente di fare spiritualità, filosofia e società. Al contempo, la Massoneria operativa andava sempre più in crisi a causa dei cambiamenti socio-economici dell’Inghilterra (e dell’Europa in generale) dell’epoca. Il nascente capitalismo rese obsolete le corporazioni di mestiere che si videro superare da aziende edili di tipo moderno, più snelle nella struttura e quindi molto più a buon mercato. I muratori quindi entravano sempre meno nelle Logge e, al contempo, queste si riempivano di membri Accettati, portatori di idee sociali, religiose e filosofiche spesso rivoluzionarie per l’epoca. Il fermento ideologico e filosofico della Massoneria del primo XVIII secolo fu, senza dubbio alcuno, il seme che fece germogliare, pochi decenni più tardi, l’illuminismo.

Il 24 giugno 1717, alla Taverna dell’Oca e della Graticola, nacque la prima Obbedienza massonica moderna: La Gran Loggia di Londra, poi divenuta Gran Loggia Unita d’Inghilterra. I suoi fondatori unirono quattro Logge preesistenti in una struttura più ampia, ma il vero cambiamento fu il passaggio dalla Massoneria operativa alla Massoneria speculativa. I membri della nuova Obbedienza non erano più muratori veri e propri, ma erano costruttori del Tempio interiore, filosofi, nel senso più nobile del termine, che lavoravano al bene dell’Umanità. E lo facevano dialogando in modo fraterno, guidati da un’ortoprassi fatta di simboli e Rituali, e da valori universali da tutti condivisi. In questo modo il luterano, il cattolico-romano, l’anglicano potevano dialogare tra loro senza conflitto, ma, anzi, con un proficuo e costruttivo confronto tra le diversità. E per poterlo fare la Massoneria non poteva più essere confessionale.

Nelle sue “Costituzioni” del 1723, primo Statuto massonico moderno da cui tutti i successivi prendono spunto e principio, James Anderson cercò di salvare la situazione impostando le regole della Massoneria in modo da non dare appiglio a nessuno per accusare l’Istituzione di irreligiosità o di contrarietà al Cristianesimo. Per prima cosa quindi fece una lunga e dettagliata storia della Massoneria. Si tratta di una storia mitologica e non reale, da leggersi in chiave simbolica e allegorica. Essa prende l’abbrivio da Adamo e, passando per Noè e altri grandi personaggi della Bibbia e non solo, racconta la storia dell’Arte Muratoria.

Ciò che più conta, però, e che ancor oggi risuona di un’attualità luminosa ed eccezionale, è il primo articolo delle Costituzioni che così recita:

Un Muratore è tenuto per la sua condizione a obbedire alla legge morale; e se intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando loro le loro particolari opinioni; ossia essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti.

L’Anderson aveva colto appieno l’importanza di un tema tanto delicato, soprattutto in un’epoca dove in diverse parti d’Europa ancora si bruciavano sul rogo eretici e streghe[1].

Se l’impegno dell’Anderson fu sufficiente a evitare discordie interne tali da distruggere l’Ordine e fu in grado di rendere la Massoneria un’istituzione funzionante e ricca di contenuti, non poté però evitare la scomunica papale, che nella Massoneria nascente vedeva il rischio della legittimazione delle “eresie” anglicana e protestanti. E come dargli torto? Dopotutto la Massoneria prendeva spunto e vitalità proprio da quella pluralità di vedute e da quel rispetto per la diversità che erano il pericolo più grande per il pensiero unico ed egemonico che ancora la Chiesa Cattolica Apostolica Romana ambiva imporre a tutti.

Fu Clemente XII a scomunicare i Massoni con la lettera “In eminenti apostolatus” del 1738. Ecco una parte del testo:

…decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o Massoni, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o Massoni o altrimenti denominate; di ospitarle o nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore.

Come si può vedere la reazione fu feroce. Se infatti in Inghilterra il re era capo della Chiesa Anglicana e quindi la scomunica papale poco contava, nel resto d’Europa e in particolare nei paesi cattolici (Spagna, Francia, i vari stati italiani…) la scomunica era ancora una cosa pesante, che poteva significare problemi giudiziari, prigionia (se non peggio) o, nel migliore dei casi, isolamento e morte sociale. Proprio questo è lo scopo della scomunica: non solo il Massone è scomunicato, ma lo è anche chiunque lo aiuti o abbia rapporti con lui. Il Papa voleva dunque fare terra bruciata intorno alla Massoneria e ai Massoni.

Nei secoli successivi altri Papi hanno aggiunto ulteriori pene, o precisato meglio la scomunica. Benedetto XV, per esempio, nel 1917 sentenziò la negazione delle esequie cattoliche ai Massoni, la proibizione dei libri che presentassero la Massoneria come utile e non dannosa, la scomunica per chiunque aderisse a Logge massoniche e l’obbligo di denunciare al Sant’Uffizio[2] quei sacerdoti e quei chierici che facessero parte di Logge massoniche.

La situazione oggi è migliore, ma non di molto. La scomunica è stata tolta ed è stata sostituita dalla colpa grave. Per il Massone insomma è vigente l’interdizione dai sacramenti. Giovanni Paolo II, con il nuovo codice canonico del 1983, eliminò la dizione “Massoneria” e sostituì la condanna della stessa con la condanna di qualunque associazione cospiri contro la Chiesa. Per chi poi facesse parte di una tale associazione è prevista un’opportuna punizione e, nei casi più gravi, l’interdizione dai sacramenti. Il testo fu redatto dalla Congrega per la Dottrina della Fede, erede del Sant’Uffizio, diretta dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger e approvato dal Papa. La Congrega per la Dottrina della Fede precisò che la Massoneria era da ritenersi incompatibile con la fede cattolico-romana e che, quindi, rientrava nelle associazioni che cospirano contro la Chiesa. Divenuto Benedetto XVI, Ratzinger non mutò nulla a riguardo e l’attuale Papa Francesco I sembra del tutto disinteressato all’argomento.

Ma da dove viene tutto questo astio? Si tratta solo di una questione politica, relativa al potere temporale della Chiesa di Roma? Personalmente non credo. Certo, l’aspetto politico fu senza dubbio importante, forse determinante. Ma c’è dell’altro: c’è un modo differente di vedere il mondo, di ragionare, di rapportarsi con l’altro.

Va fatto, per comprendere meglio il discorso della compatibilità o incompatibilità di Massoneria e religione, un discorso su cosa sia il Dogma di Fede.

I Dogmi sono la base della dottrina cristiana in generale e cattolica in particolare. Sono quelle premesse ritenute certe e indubitabili su cui poggia l’intero edificio della dottrina e della teologia. I Dogmi sono i pilastri della Fede e della Religione, gli unici veri “punti fermi”. Tutto il resto è, seppur nei limiti del metodo teologico, discutibile.

I Dogmi riguardano la natura di Dio (per quel poco che possiamo comprenderne) e altri temi della più alta dottrina. Non toccano argomenti relativi quali la morale (variabile a seconda dei tempi e delle nazioni) o altre questioni contingenti. Il Dogma è eterno (o per lo meno ritenuto tale dai credenti) e non può essere legato alla contingenza delle cose umane.

Altro conto è, invece, il dogmatismo, ovvero quel modo di pensare totalitario, che vorrebbe imporre a tutti una sola verità come unica accettabile. Un simile atteggiamento si riscontra spesso non solo nei religiosi (che tendono ad assolutizzare anche ciò che assoluto non è), ma anche in persone che non si interessano alla religione o che si definiscono atee. C’è spesso un rifiuto di ascoltare l’altro e le discussioni si riducono al tentativo di soverchiare l’interlocutore con i propri argomenti o, peggio, cercando di non lasciarlo parlare. Questo atteggiamento (sempre più diffuso nella società italiana a tutti i livelli) è quanto di meno massonico esista.

Ora, nella Massoneria non c’è nulla che sia in disaccordo con i valori del Cristianesimo. In nessun modo la Libera Muratoria nega i precetti della religione cristiana o cerca di dissuadere i propri membri dal seguirla. Anzi, come si evince dalla Costituzioni di Anderson e non solo, la religione (non sono quella cristiana) completa il percorso del Massone.

Se, però, la Massoneria è compatibile col Cristianesimo, non tutti i cristiani (e i religiosi in genere) sono adatti alla Massoneria. Vi sono frange del Cristianesimo, tanto cattolico quanto protestante, improntate a un certo fanatismo. Questi vorrebbero imporre la loro propria visione del mondo a tutta la società, arrogandosi il diritto di giudicare cosa sia giusto o sbagliato e pretendendo di poter censurare, se non punire, chi dissente dalla loro visione o chi, per una ragione o per l’altra, è da loro ritenuto “diverso”. Per quanto un simile atteggiamento sia lontano dal messaggio evangelico (Cristo invita a non giudicare in più occasioni), questo modo di ragionare pare si stia diffondendo sempre più. Forse perché il fanatismo, coi suoi toni forti, attira le persone deboli e sole, soprattutto in momenti di crisi e decadenza come quello che stiamo vivendo. Ma della decadenza il fanatismo non è la cura, ma il più grave segno.

La Massoneria non può accogliere fanatici nel suo seno. Come potrebbe, del resto, una persona non disposta al dialogo e al confronto sedere tra le Colonne di un Tempio che su tali principi basa il suo Lavoro? Su questo tema credo che la Massoneria tutta dovrebbe fare una riflessione seria e profonda, perché, purtroppo, i semi del fanatismo si sono intrufolati anche nelle Logge sotto forma di teorie pseudo-esoteriche di stampo spesso razzista o comunque discriminatorio, basate su pregiudizi e su farneticazioni di qualche presunto “maestro” del XIX o XX secolo. Si sentono le più grandi assurdità su ciò che sarebbe “naturale” o meno, si sentono dichiarazioni violente su minoranze e su attivisti politici che si battono per diritti e laicità, si percepisce in modo chiaro un certo odio per l’altro e una profonda ignoranza delle cose dello Spirito e della Massoneria. Ho sentito dire a un Fratello (un Maestro) che la Chiesa Cattolica non si può contestare perché, a suo dire, sarebbe la più grande associazione iniziatica esistente. Ora, la Chiesa non è un’associazione iniziatica, ma religiosa e basta leggere il Guénon per sapere quale sia la differenza. Inoltre “iniziatico” o “spirituale” non significano “incontestabile” e “indiscutibile”. Al contrario! L’indiscutibilità di una qualsivoglia tesi è un concetto assurdo per chi davvero comprenda l’essenza della Massoneria. I capi saldi della nostra Istituzione, infatti, non sono dogmi piovuti dall’alto o imposti da una qualche autorità, ma simboli, Rituali, strumenti e valori temprati da secoli di pratica, elementi che sono accettati e ritenuti validi perché hanno resistito, e resistono, alla continua prova del tempo. Il Fratello, inoltre, dimenticava i contrasti tra Massoneria e Chiesa di Roma del secolo XIX proprio in nome della Libertà di espressione e di critica.

Altre volte mi è capitato di riscontrare in molti Fratelli la mancanza di volontà di mettersi in discussione e la chiusura verso le ragioni altrui. Questi sono gli atteggiamenti dogmatici incompatibili con la Massoneria che, purtroppo, sempre più si riscontrano anche tra le Colonne. Solo con una profonda riflessione su questi temi la Massoneria potrà tornare a essere il faro della nostra società e smettere finalmente di essere lo specchio della moderna decadenza.

Tornando al dogma, se con i vari Cristianesimi di stampo ortodosso e protestante non ci sono motivi per parlare di incompatibilità tra i dogmi e la Massoneria, per il cattolicesimo romano le cose si complicano. La Chiesa Romana, infatti, ha alcuni dogmi in più rispetto agli altri cristianesimi e in particolare rispetto ai “cugini” ortodossi, dogmi introdotti dopo lo scisma del 1054. Già all’epoca lo scontro fu soprattutto sulla questione del Primato di Pietro (anche se il casus belli che generò lo scisma fu un altro[3]) tra gli apostoli che, per Roma, giustifica il Primato Papale su tutti gli altri Vescovi. Per l’Ortodossia invece il Primato va a tutti i Patriarchi ed è solo un Primato di carità e di onore, non di potere.

Negli ultimi due secoli, poi, sono stati introdotti tre nuovi dogmi. E se i dogmi mariani moderni (Immacolata Concezione e Assunzione di Maria in Cielo) non creano nessun attrito con il modo di operare della Massoneria, il terzo dogma, l’Infallibilità Papale, introdotto nel 1870 dal Concilio Vaticano Primo, indetto da Papa Pio IX, crea qualche problema, almeno da un punto di vista filosofico.

Ciò che collide con la Libera Muratoria riguarda, quindi, la gerarchia ecclesiastica e non Dio. La Massoneria non può riconoscere il Primato Papale, perché riconoscendo pari dignità alle varie religioni e vie spirituali, non può riconoscere la superiorità di un Pontefice, di un capo religioso. La Massoneria accetta i cattolici, ne riconosce la dignità religiosa e li rispetta come è giusto che sia, ma non si sottomette all’autorità della gerarchia di nessuna Chiesa.

Il dogma dell’Infallibilità Papale pone anche problemi di tipo più filosofico. Fu introdotto nel 1870 mentre Roma cedeva alle armate dei Savoia. Pio IX e i Vescovi convenuti a Roma per il Concilio erano convinti che la fine della Chiesa stesse arrivando: la Città Santa, la capitale della Cristianità veniva invasa da un esercito occupante comandato da generali Massoni e obbediente a un re che con la Massoneria andava a braccetto. Certi che non si sarebbe più potuto indire un Concilio in futuro, si decisero ad approvare l’Infallibilità Papale al fine di permettere al Santo Padre di introdurre nuovi dogmi e di dirimere diatribe importanti a livello di magistero senza l’intervento, appunto, di un Concilio.

Ma in cosa consiste realmente il dogma dell’Infallibilità Papale? Eccone il testo:

Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.[4]

È importante notare che non tutto ciò che il Papa dichiara o afferma è coperto dall’Infallibilità. Perché l’Infallibilità ci sia, il Papa deve parlare “ex cathedra”, in modo quindi ufficiale e palese. Ciò avvenne solo due volte nella storia, per l’introduzione dei due dogmi mariani moderni. L’Immacolata Concezione fu introdotta infatti con una dichiarazione ex cathedra dallo stesso Pio IX nel 1854, generando non poche polemiche per la presa di posizione. L’introduzione dell’Infallibilità pose fine al dubbio sulla liceità della proclamazione del dogma e diede definitivo valore allo stesso. Nel 1950, Pio XII, dopo aver consultato i Vescovi, introdusse il dogma dell’Assunzione di Maria in Cielo usando l’Infallibilità Papale ed evitando così un inutile e dispendioso Concilio.

L’Infallibilità, a livello pratico, non è quindi di grande rilevanza. Resta però il dubbio filosofico e spirituale su questo tema: il Massone può davvero riconoscere questa facoltà al Papa? Può il Massone accettare che un solo uomo sia autorizzato a decidere per tutti arrogandosi il diritto esclusivo del rapporto con l’Altissimo? Personalmente ritengo che sia inaccettabile non solo per i Massoni, ma anche per i Cristiani. Ma questo è il mio punto di vista, da cattolico ortodosso.

Resta però il fatto che ammettere un concetto come quello dell’Infallibilità Papale pone un serio problema al senso del percorso iniziatico stesso. A che serve un percorso di perfezionamento, lungo, faticoso e incerto, pieno di insidie e di prove, quando abbiamo già una verità assoluta, indubitabile e infallibile pronta e a portata di mano? Ammettendo l’Infallibilità Papale si ammette la supremazia di Roma su ogni altra forma di pensiero o di spiritualità. In tal caso ogni altra Via sarebbe inutile, se non dannosa o addirittura diabolica. La Massoneria non può concedere a nessuno un’aura di divina superiorità, se non a Dio stesso, e non può ammettere che un uomo, per quanto potente o Santo possa essere, abbia l’esclusiva del rapporto con Dio.

Dobbiamo però chiarire che non tutti i cattolici romani sono dogmatici e rigidi. Non è necessario credere nell’Infallibilità Papale per essere cattolico. I pilastri del cattolicesimo, quegli elementi che lo distinguono dai protestantesimi, sono altri. Citiamo qui soltanto il culto mariano, il culto dei Santi e, soprattutto, la Transustanziazione, ovvero il credo nel reale, sostanziale mutamento del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo. È quindi evidente che sta al singolo cattolico romano decidere, in coscienza, se il percorso massonico sia o meno compatibile con il suo credo. Si torna al come si vede la religione, al come la si vive. Il Massone vive la spiritualità come ricerca del Vero al di là delle forme. Non si ferma alla semplice adesione a una dottrina formale e a una morale imposta acriticamente. Lo stesso fa il vero religioso, che attraverso le regole e la dottrina cerca un dialogo interiore genuino e vero col Divino. È il bigottismo, il fanatismo, a essere incompatibile con la ricerca della Verità, poiché il fanatismo è staticità, è l’arroccarsi su una posizione rifiutando ogni confronto. E questo è profondamente contrario alla pratica massonica. Il Massone vive la religione intensamente, come via allo Spirito e non come semplice proclamazione di ciò che è vero e giusto. Il Massone sa che la ri-velazione è solo una nuova forma che nasconde la Verità, ma che ci permette di avvicinarci a essa un po’ di più. Come tale nessuna ri-velazione può essere ritenuta assoluta e immutabile. Il Massone, insomma, sa cogliere quella differenza importante che Louis-Claude de Saint-Martin faceva tra Cristianesimo e Cattolicesimo:

Il cristianesimo è il complemento del sacerdozio di Melchisedec; è l’anima del Vangelo, è esso che fa circolare in questo Vangelo tutte le acque vive di cui le nazioni hanno bisogno per dissetarsi.

Il cattolicesimo, al quale appartiene propriamente il titolo di religione, è la via di prova e di travaglio per arrivare al cristianesimo.

Il cristianesimo è la religione dell’affrancamento e della libertà: il cattolicesimo non è che il seminario del cristianesimo; è la religione delle regole e della disciplina del neofita.

Il cristianesimo riempie tutta la terra alla pari dello spirito di Dio. Il cattolicesimo non riempie che una parte del globo, sebbene il titolo che porta si presenti come universale.[5]

Enrico Proserpio

[1] Gli ultimi roghi storicamente testimoniati in Europa furono nel 1793 in Polonia. Ancora oggi però accadono cose simili in diversi paesi.

[2] Ancora oggi si sentono spesso appelli da parte di alcune frange del cattolicesimo romano a denunciare religiosi e laici Massoni all’autorità ecclesiastica. Ricordiamo in particolar modo l’azione di Padre Luigi Villa (1918 – 2012), che allo scovare sacerdoti e religiosi Massoni ha dedicato la sua vita.

[3] Lo scisma fu generato dalla volontà di Roma di imporre il “Filioque”, ovvero la credenza secondo cui lo Spirito Santo discende dal Padre e dal Figlio (Filioque significa, appunto, “e dal Figlio”). Tale tesi fu rifiutata dagli ortodossi, per i quali lo Spirito Santo discende unicamente dal Padre. Va detto però che il Filioque fu usato come scusa per lo scontro di potere tra il Papa e i Patriarchi orientali, in particolare con quello di Costantinopoli.

[4] l testo è tratto dalla Costituzione Dogmatica Pastor Aeternus del 18 luglio 1870.

[5] Louis-Claude de Saint Martin, Della parola Il ministero dell’Uomo-spirito 3, edizioni Tipheret, 2013, pagina 48.

Il significato della colonna spezzata e della scritta “adhuc stat”

Il quadro con la colonna spezzata e la scritta “adhuc stat”.

Nelle Logge di Rito Scozzese Rettificato, in grado d’Apprendista, si trova un quadro con l’immagine di una colonna spezzata, eretta sulla sua base, con la scritta “adhuc stat”, che potremmo tradurre con “ancora in piedi”.

Quest’immagine è una delle più emblematiche di tale Rito e vale dunque la pena di comprenderne meglio i significati.

Il Rito Scozzese Rettificato deriva dalla Stretta Osservanza Templare, la quale si riproponeva la ricostituzione dell’Ordine del Tempio. Nella Stretta Osservanza quest’immagine rappresentava proprio l’Ordine Templare, che, seppur ufficialmente abbattuto (la colonna spezzata), ancora resiste e lavora per tornare a splendere (il fatto che la colonna sia ancora in piedi).

Con l’avvento di Jean-Baptiste Willermoz, portatore delle dottrine di Martinez de Pasqually e dell’Ordine degli Eletti Cohen dell’Universo, l’emblema della colonna spezzata si arricchisce di un nuovo e più profondo significato.

Per comprenderlo dobbiamo partire dal racconto martinezista sulla creazione e sulla caduta di Adamo, così come sono narrati nel “Trattato sulla reintegrazione degli esseri”.

In principio tutto esisteva in potenza nella mente di Dio. Nulla però era ancora stato creato, o, meglio, emanato dal Creatore. Prima che il tempo esistesse, Dio emanò i Primi Spiriti, da lui separati. Essi erano in intima connessione col Creatore e il loro compito era quello di esercitare un culto spirituale al Creatore, attraverso le leggi che Dio stesso aveva stabilite. Tali leggi sono eterne e inviolabili.

A questi Primi Spiriti era stato dato anche il libero arbitrio, caratteristica necessaria affinché essi potessero agire. Infatti:

[ … ] non si può loro rifiutare il libero arbitrio con il quale sono stati emanati, senza distruggere in essi la facoltà, la proprietà e la virtù spirituale e personale che loro erano necessarie per operare con precisione nei limiti in cui dovevano esercitare la loro potenza.[1]

Ed essi erano pienamente coscienti delle leggi divine:

Questi primi capi avevano una conoscenza perfetta di ogni azione divina, poiché erano stati emanati dal seno del Creatore solamente per essere testimoni di fronte a tutte le sue operazioni divine ed alla manifestazione della sua gloria.[2]

Eppure alcuni di essi non seppero rimanere all’interno delle leggi e del loro ruolo, ma si vollero ergere a creatori:

Il loro crimine fu d’aver voluto condannare l’eternità divina; in secondo luogo, d’aver voluto limitare l’onnipotenza divina nelle sue operazioni di creazione e, in terzo luogo, d’aver portato i loro pensieri spirituali fino a voler essere creatori delle cause terze e quarte ch’essi sapevano innate nella onnipotenza del Creatore [ … ].[3]

Appena il pensiero della prevaricazione comparve negli Spiriti, il Creatore ne fu consapevole. Ciò nonostante egli non poteva eliminare tale volontà senza violare le leggi eterne da lui stesso stabilite. La prevaricazione quindi ebbe luogo, ma Dio evitò che essa potesse giungere al suo fine, imprigionando gli Spiriti perversi nella prigione del mondo materiale. Essi non persero la loro natura e le loro potenzialità, ma ne persero l’utilizzo in virtù della loro prevaricazione.

Per controllare gli Spiriti perversi e governare la loro prigione materiale, Dio emanò un altro essere: Adamo. A lui il Creatore diede i poteri necessari al suo compito e promise di rendere efficaci le sue operazioni. Dio concesse ad Adamo la conoscenza dei suoi pensieri, delle sue volontà e gli diede la facoltà di operare e comandare sul particolare (il potere sulle creature terrestri) sul generale (il potere sulla terra stessa) e sull’universale (il potere sull’universo creato). Il Creatore fece sì che Adamo compisse queste tre operazioni (comandare al particolare, al generale e all’universale) in modo che, con esse, ricevesse la legge, il precetto e il comandamento. Con questo, Adamo aveva tutto ciò che gli era necessario per compiere il suo ruolo. Anche Adamo, come gli Spiriti Primi, aveva il libero arbitrio, necessario per le sue azioni e operazioni. Questo non significa che egli avesse facoltà di violare le leggi divine o disobbedire ai comandamenti del Creatore, ma solo che egli era libero di operare secondo il suo arbitrio per realizzare la sua opera.

Contemplando le opere fatte con le sue tre operazioni (quella particolare, quella generale, quella universale), Adamo si sentì grande e desiderò di aumentare la sua conoscenza dei pensieri del Creatore. Ma egli non poteva percepirli se non col consenso del Creatore stesso. Non potendo, quindi, approfondire la comprensione delle proprie operazioni per suo conto, Adamo finì con l’essere preso da pensieri disordinati. Tali pensieri furono percepiti e compresi anche dagli Spiriti perversi, che ne approfittarono.

Uno degli Spiriti perversi si presentò ad Adamo, sotto una forma gloriosa e luminosa, e lo invitò a usare il suo potere per i propri scopi e non per quelli del Creatore. Adamo cadde, in conseguenza del turbamento dato dai discorsi dello Spirito perverso, in uno stato di estasi animale, durante il quale il tentatore riuscì a insinuare in Adamo il suo pensiero malvagio.

Al suo risveglio, Adamo decise di compiere una quarta operazione, contraria alla volontà del Creatore:

Adamo operò dunque il pensiero demoniaco facendo una quarta operazione, nella quale usò tutte le parole potenti che il Creatore gli aveva trasmesso per le sue tre prime operazioni, sebbene avesse interamente rigettato il cerimoniale di queste stesse operazioni. Egli fece uso, con preferenza, del cerimoniale che il demonio gli aveva insegnato, come pure del piano che ne aveva ricevuto per attaccare l’immutabilità del Creatore. Adamo ripeté ciò che i primi spiriti perversi avevano concepito d’operare, per divenire creatori a scapito delle leggi che l’Eterno aveva loro prescritto per servire loro da limiti nelle loro operazioni spirituali divine. Questi primi spiriti non dovevano nulla concepire né intendere in materia di creazione, essendo solamente creatori di potenza, Adamo non doveva aspirare più che essi a questa ambizione di creazione d’esseri spirituali che gli fu suggerita dal demonio.[4]

Come fu per la prevaricazione degli Spiriti perversi, anche per Adamo, il Creatore non impedì le sue azioni, rispettando il suo libero arbitrio.  L’operazione di Adamo ne determinò però la caduta ed egli fu imprigionato in quello stesso mondo materiale di cui doveva essere il carceriere.

La colonna del quadro rappresenta, quindi, lo stato di Adamo, il quale dallo stato originario e glorioso (la colonna integra) è decaduto in uno stato di inferiorità e di privazione (la colonna spezzata).

Molto importante è però il fatto che la colonna sia ancora in piedi, nonostante tutto. Questo rappresenta la speranza e la possibilità della reintegrazione, del ritorno allo stato di grazia originario. L’uomo, infatti, mantiene tutte le potenzialità anche se i suoi poteri originali gli sono negati a causa della prevaricazione e della caduta.

Inoltre, anche se il collegamento col Creatore non è più diretto, ma deve essere mediato, esso permane. L’uomo, nel momento stesso della sua prevaricazione e caduta, si è reso conto del suo errore, a differenza dei Primi Spiriti perversi. Il suo pentimento non ha evitato la caduta e la punizione in questo mondo, ma ha fatto sì che Dio si riconciliasse con lui e gli desse la possibilità di compiere un percorso di reintegrazione. Pur nelle epoche più oscure della storia, Dio fa sì che permanga un resto di uomini giusti, depositari della retta via verso la reintegrazione. A questo si riferisce il profeta Geremia:

Da lontano gli è apparso il Signore:

«Ti ho amato di amore eterno,

per questo ti conservo ancora pietà.

Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata,

vergine di Israele.

Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi

e uscirai fra la danza dei festanti.

Di nuovo pianterai vigne sulle colline di Samaria;

i piantatori, dopo aver piantato, raccoglieranno.

Verrà il giorno in cui grideranno le vedette

sulle montagne di Èfraim:

Su, saliamo a Sion,

andiamo dal Signore nostro Dio»

Poiché dice il Signore:

«Innalzate canti di gioia per Giacobbe,

esultate per la prima delle nazioni,

fate udire la vostra lode e dite:

Il Signore ha salvato il suo popolo,

un resto di Israele».[5]

E San Paolo di Tarso nella sua lettera ai Romani:

Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin dal principio. O non sapete forse ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele?

Signore, hanno ucciso i tuoi profeti,

hanno rovesciato i tuoi altari

e io sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita.[6]

Cosa gli risponde però la voce divina?

Mi sono riservato settemila uomini, quelli che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal.[7]

Così anche al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia. E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia.[8]

Proprio l’accenno alla grazia della lettera ai Romani ben spiega il concetto: anche nel buio del mondo spirituale il Creatore mantiene sempre accesa una Luce della sua grazia, della sua benedizione, affinché chi desideri lavorare per la propria reintegrazione possa trovare gli strumenti necessari. A questo si riferiscono quindi la colonna spezzata e la scritta “adhuc stat”.

L’”adhuc stat” è uno dei più importanti simboli del Rito Scozzese Rettificato. Esso rappresenta al contempo il ricordo della caduta dell’uomo, che rende necessario il Lavoro per la reintegrazione, la facoltà dell’uomo di riuscirvi, la sua speranza e l’alleanza col Creatore, che nonostante le colpe dell’umanità, mantiene sempre un resto della sua grazia per Adamo e la sua discendenza.

Enrico Proserpio

[1] Martines de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri, a cura di Ovidio La Pera, Libreria Chiari, Firenze, 2003, pagina 27.

[2]Martines de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri, a cura di Ovidio La Pera, Libreria Chiari, Firenze, 2003, pagine 28 – 29.

[3]Martines de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri, a cura di Ovidio La Pera, Libreria Chiari, Firenze, 2003, pagina 30.

[4]Martines de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri, a cura di Ovidio La Pera, Libreria Chiari, Firenze, 2003, pagina 35.

[5] Libro di Geremia, capitolo 31, versetti 3 – 7, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.

[6] Riferimento al Primo libro dei Re, capitolo 19, versetti 10 – 14.

[7] Riferimento al Primo libro dei Re, capitolo 19, versetto 18.

[8] Lettera ai Romani, capitolo 11, versetti 2 – 6, Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002. I corsivi sono presenti nel testo originale.